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LA GRANDEZZA DELL’UOMO (Recensione all’ultimo libro di Emanuele Severino La morte e la terra)
di Mario Capanna


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Come lo sciame d’api, che si sta allontanando dall’alveare; la nuvola d’insetti prende forma, ed è un roteare di migliaia di esseri; ognuno volteggia secondo una propria orbita, circolare, ellittica, oblunga, in verticale e in orizzontale; intrecciandosi, gli uni e le altre, secondo un dinamismo di continuo cangiante; una grande sfera, che ora si allarga ora si restringe, dilatandosi e schiacciandosi; a tratti sembra spezzarsi, ma subito si ricompone in un roteare vorticoso e armonico; e, dopo un po’, quasi seguendo un’attrazione irresistibile, si dilegua verso una destinazione, a costituire il glomere della nuova vita. Così, in modo oserei dire analogo, si dispiega il pensiero di Emanuele Severino.
Il suo fulcro è il principio di non contraddizione: ciò che è non può non essere. Ovvero: ciò che è – anche il più umbratile degli essenti – non può essere stato niente e non può diventare nulla. Esiste da sempre e per sempre. E’, semplicemente, eterno.
E il divenire non è l’annientamento – impossibile! – degli essenti, ma è il loro comparire e dileguarsi, essendo eterni anche il loro comparire e dileguarsi.
Un impianto teoretico grandioso, di inscalfibile rigore, che mostra la “follia” di tutta la tradizione filosofica (dai greci ai giorni nostri – nonché della visione che la tecnica ha di se stessa), basata sulla fallace convinzione che gli esseri vengano dal nulla e vi facciano ritorno. Da qui la volontà di potenza e la “follia estrema” dell’Occidente che oggi pretende (si illude) di dominare la Terra.
Nel suo ultimo libro La morte e la terra (Adelphi, Milano, 2011) – un argomentare poderoso sulle questioni ultime, che zampilla per 558 pagine – Severino mostra che la morte non solo non è la fine, ma, al contrario, è l’aprirsi dello sguardo sulla totalità degli eterni. “Nella sua essenza più profonda l’uomo è questo eterno capirsi del destino” (p. 140).
Posto che “la morte (…) è l’impossibile, è essa ad essere nulla”, nell’istante del trapasso “appare lo spettacolo immenso che si mostra nell’Io del destino che ognuno di noi è”.
Con la morte della volontà empirica (di ognuno degli “io”) tramonta “la terra isolata”, mentre appare “la terra che salva”, perché sopraggiunge “la verità dell’infinita persintassi del destino”: ovvero di quello “sfondo” che è “la totalità infinita delle determinazioni del destino della verità” (p. 415).
Sì che “l’istante della morte è l’imminenza della Gloria della Gioia”. E la Gioia è “l’eterno apparire infinito e assolutamente concreto del Tutto” (p. 451).
Ne consegue di necessità, fra l’altro, “l’impossibilità di ogni resurrezione” (p. 536), come di ogni illusoria reincarnazione.
Secondo Severino, ciò che chiamiamo “ ‘questa nostra vita’ è infinitamente aperta alla verità. L’ ‘apertura’ è la relazione di ogni essente, cioè di ogni eterno, ad ogni altro essente, e quindi, fondamentalmente, al destino della verità. Eterni, gli essenti, ma aperto, ognuno, a tutti gli altri. Eterno, l’errare di ‘questa nostra vita’, ma infinitamente aperto alla verità” (p. 554).
E’ il più profondo inno all’autentica grandezza dell’uomo.
Sono queste le ragioni essenziali per cui la lettura de La morte e la terra è impegnativa, ma entusiasmante.

Mario Capanna

Autore: Emanuele Severino
Editore: Adelphi
Pagine: 558
ISBN: 8845926362
Prezzo: 52 euro




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