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Waiting for the big one


di Ernesto Burgio
Medico pediatra

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19 ottobre 2005 È dal 1997 che i media di tutto il mondo annunciano che un nuovo e invisibile serial killer ? noto come H5N1, un virus influenzale in grado di infettare da 3 a 4 miliardi di esseri umani e di ucciderne centinaia di milioni ? si prepara a sferrare il suo attacco, scatenando una pandemia di dimensioni apocalittiche che rischia di precipitare il mondo nel caos.
Da otto anni le più prestigiose istituzioni sanitarie internazionali (CDC, WHO, NIAID, USAMRID) inviano a tutto il pianeta bollettini allarmati e allarmanti e cercano di mettere a punto con scarso successo farmaci e vaccini in grado di intercettare, riconoscere e bloccare le proteine di superficie (HA e NA), che rappresentano le principali molecole antigeniche di H5N1 e degli altri virus influenzali di tipo A.
Eppure non sembra che il mondo della medicina e della sanità si stiano preparando con la dovuta serietà. Il che legittima l?ipotesi che ci si trovi di fronte a uno dei tanti sintomi di quell?atteggiamento difensivo di rimozione/rifiuto della realtà ? del genere ?se la situazione fosse davvero così grave, qualcuno farebbe qualcosa?? ? cui l?uomo del XXI secolo sembra essersi abituato di fronte a problemi di dimensioni epocali (la crisi energetica, le trasformazioni climatiche, il crollo verticale della bio-diversità) che richiedono scelte radicali e dolorose.
Ma che cos?è realmente questo virus H5N1? E che cosa lo rende così pericoloso ? E ancora: i termini influenza ?dei polli? o ?aviaria? sono corretti ? E ha senso che i media evochino lo spettro della Spagnola, o si tratta di un discutibile espediente per vendere qualche migliaio di copie in più ?
Un primo dato degno di nota è il seguente: il possibile killer pandemico non fa parte di quella mezza dozzina di ?microrganismi canaglia? dal nome inquietante ? Ebola, Marburg, Hendra, Anthrax ? che da trent?anni a questa parte romanzieri e registi utilizzano nei loro black science thriller. Si tratta invece di un ceppo ricombinante di banalissimo virus influenzale, contrassegnato dal tradizionale binomio ?HxNy? e fin qui più noto al grande pubblico come ?killer di polli? che come possibile assassino di esseri umani.
Ma è altrettanto utile ricordare che i virus influenzali sono fra gli agenti patogeni più temibili, sia per l?uomo sia per varie specie di mammiferi e uccelli. I loro periodici attacchi pandemici sono se non prevedibili comunque probabili a distanza di alcuni anni o decenni. Per evitare disastri sarebbe necessario mettere in campo strategie di prevenzione primaria che non vengono neppure prese in considerazione, mentre si continua a puntare su strategie di prevenzione secondaria e terapia che hanno efficacia limitata soprattutto nei momenti di maggior pericolo.
Gli uccelli migratori (anatre, gabbiani, pivieri) rappresentano il serbatoio naturale del virus e le più recenti analisi filogenetiche dimostrano come tutti i ceppi di virus influenzale di tipo A (i più patogeni) circolanti fra i mammiferi derivino da ceppi aviari. Possiamo quindi tranquillamente affermare che parlare di influenza aviaria non ha molto senso. Viene anzi il dubbio che si preferisca utilizzare questa terminologia per far credere che si tratti appunto di un ?virus dei polli? che minaccia soltanto i lavoratori direttamente esposti, e che solo per un improbabile accidente potrebbe propagarsi nel resto della popolazione.
Eppure basta un?infarinatura di storia della medicina per sapere che le maggiori epidemie del XX secolo, prima dell?arrivo dell?HIV, sono state prodotte proprio da virus influenzali di tipo A, e che la famosa Spagnola (1918/19), con i suoi 50 milioni di vittime in meno di due anni (tre o quattro volte più della Grande Guerra che la precedette) rappresenta non soltanto la prima pandemia sensu stricto, ma anche la più micidiale a memoria d?uomo.
Come si sa, i virus influenzali sono tra i più instabili e rapidamente mutanti per una serie di ragioni. La prima è che la molecola di RNA di cui è composto il loro genoma è chimicamente meno stabile del DNA; in secondo luogo gli enzimi che devono riprodurla tendono a commettere più errori; infine c?è da considerare la stessa natura segmentaria del loro RNA: durante le fasi di replicazione, all?interno delle cellule degli organismi parassitati gli otto segmenti di RNA appartenenti al virus tendono infatti a ricombinarsi in vario modo tra loro e con omologhi segmenti di altri ceppi influenzali.
A questo proposito è noto il ruolo svolto dal maiale quale ospite intermedio: è infatti nelle sue cellule che in genere avviene l?incontro e il riassortimento tra virus aviari e umani. Il famoso ?H1N1? del 1918, ad esempio, pare fosse un virus chimerico di questo tipo, con una sequenza di almeno otto aminoacidi del tutto nuovi, cioè assenti nei ceppi precedentemente circolanti.
Se la trasformazione genetica, e quindi antigenica, conseguente a questi eventi è minima (drift), si verificano le consuete epidemie annue, che uccidono alcune centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo (in gran parte bambini, anziani e immunodepressi, in genere per complicanze ed infezioni batteriche). Ma quando la trasformazione genica e antigenica è cospicua (shift), il virus può trasformarsi in un vero e proprio serial killer, come è successo nel 1918/19 e, sia pure con conseguenze meno drammatiche, nel 1957 con l?Asiatica (H2N2), oltre che con le forme influenzali del 1969 (H3N2) e del 1977 (sottotipo H1N1).
Sottotipi di H1N1 e H3N2 sono responsabili da decenni di epidemie di media gravità, mentre dal 1996 circolano in varie zone del pianeta ceppi meno usuali per il genere umano (H7N7, H9N2, H5N1, H5N2), che potrebbero esser passati direttamente dagli uccelli all?uomo, per così dire, ?by-passando? il maiale. Spesso questi ceppi ricombinanti seminano la morte tra gli uccelli stanziali (ad esempio, tra il 1997 e il 2001, in Italia si sono verificate tra i polli due epidemie devastanti da H5N2 e H7N1) e, più raramente, sembrano acquisire le caratteristiche genetiche e antigeniche adatte per il successivo salto di specie, come sembra stia appunto accadendo per l?H5N1, il cui primo isolamento è datato 1959.
Dati estremamente preoccupanti sembrano essere la comprovata acquisizione, da parte dei ceppi-killer asiatici di questi ultimi mesi, di determinati polimorfismi genici e l?accelerazione della loro diffusione tra i mammiferi, che finora pareva essere stata piuttosto lenta, almeno secondo i dati di provenienza asiatica che parlano di poche diecine di morti tra gli esseri umani.
A questo punto possiamo finalmente interrogarci intorno al discusso e discutibile paragone con la Spagnola. Per sottolineare come, anche in questo caso, la risposta giusta sembra essere la meno rassicurante: il paragone con la Spagnola ha basi solidissime. L?H5N1 è infatti un virus praticamente sconosciuto al nostro sistema immunocompetente, non avendo mai infettato gli esseri umani. Inoltre ha già dimostrato di essere in grado di uccidere praticamente la totalità del pollame sensibile e, fatto ancora più preoccupante, sembra avere acquisito le mutazioni che lo rendono patogeno e trasmissibile tra gli individui della nostra specie.
Tra le affermazioni apparentemente ineccepibili messe in campo da coloro che temendo qualsiasi tipo di allarmismo rifiutano il paragone con la Spagnola spiccano le seguenti: nel 1919 anche le popolazioni del Nord del pianeta erano, rispetto a oggi, iponutrite e quindi immunodepresse; a quel tempo non esistevano antibiotici, quindi le complicanze batteriche, che sono la vera causa della morte di migliaia di anziani in caso di influenza, potevano fare strage; il virus dell?influenza fu isolato solo nel 1933, e anche per questo motivo oggi siamo infinitamente più preparati ad affrontarlo con farmaci e soprattutto con vaccini efficaci e sicuri.
Purtroppo nessuna di queste affermazioni è del tutto veritiera.
Prima di tutto perché è ormai dimostrato che i virus influenzali che abbiano subito un riassorbimento genetico di questa portata uccidono le loro vittime in modo diretto, determinando in esse una crisi immunomediata globale (?tempesta di citochine?). Per questo, nel 1919, a morire in modo drammatico furono in larga misura uomini e donne giovani e in buona salute, mentre qualcosa di simile potrebbe essere avvenuto anche nel corso dell?epidemia di SARS. Per la medesima ragione, inoltre, la tesi di una maggiore efficacia degli attuali presidi farmacologici e immunoprofilattici non ha molto senso. Per quanto concerne i vaccini, bisognerebbe anche ricordare che per produrre e somministrare a centinaia di milioni di persone un?immunoprofilassi specifica sono necessari almeno 10-12 mesi: un tempo superiore a quello di diffusione planetaria della pandemia (questo sì di molto inferiore a quello necessario 80 anni fa). Senza contare che esistono allarmi circa un possibile ?effetto paradosso? (di amplificazione della reazione immunologica) indotto dagli anticorpi prodotti dai vaccini.
Per queste e per altre ragioni i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta e il National Academy of Science?s Institute of Medicine hanno dovuto ammettere che quella che sembra essere sul punto di scatenarsi ha tutte le carte in regola per trasformarsi nella più spaventosa epidemia della storia umana.
Se le cose stanno veramente in questi termini, allora siamo alle prese con un virus killer in procinto di dilagare attraverso gli alveoli polmonari di miliardi di uomini e donne, facendo impazzire i loro sistemi di difesa e distruggendo organi e tessuti vitali. Ma allora che cosa rimane da fare ?
Tenendo presente che una pandemia da virus influenzale ricombinante, più che un?eventualità più o meno probabile e imminente, rappresenta un evento periodico inevitabile, possiamo concludere questa breve analisi con alcune semplici considerazioni.
Non è detto che l?H5N1 pandemico che nel 1997 ha infettato 18 persone a Hong Kong, uccidendone sei, rappresenti il mutante capostipite che sta per dar vita alla pandemia tanto temuta. Tuttavia è necessario ragionare e agire come se lo fosse: dobbiamo essere consapevoli che una pandemia in un mondo globalizzato come quello odireno avrebbe effetti molto maggiori che nel 1919, e metterebbe in ginocchio il mondo intero. Si rende indispensabile bonificare i mercati orientali che rappresentano i punti caldi di ricombinazione del virus e ridurre drasticamente e mettere in sicurezza le reti dei trasporti umani e commerciali. Andrebbe inoltre maggiormente rafforzata la rete di monitoraggio epidemiologico internazionale e andrebbero correttamente formate e informate le popolazioni e gli stessi operatori sanitari.
Insomma, se l?umanità fosse in grado di decidere e agire secondo ragione, se esistesse un governo planetario o almeno un consesso internazionale in grado di imporre scelte economico-politiche e sanitarie utili a evitare il peggio, qualcosa si potrebbe ancora fare. Ma forse, prima di tutto, bisognerebbe guarire l?umanità dalla sindrome dello ?spettatore passivo? che la paralizza.


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