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Gli OGM nel mondo: espansionismo più che espansione

Di Luca Colombo
Fondazione Diritti Genetici

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09 marzo 2010 "Trend negativo... Io non l'ho mai detto! Io non l'ho mai pensato!” era Nanni Moretti in Palombella rossa, ma potrebbe essere un’analoga isterica reazione di Clive James, lo storico editore dell’annuale rapporto sullo stato delle coltivazioni di OGM nel mondo, il più citato che esista in materia, pur essendo prodotto da un’organizzazione –l’ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications)- che ha lo scopo dichiarato di promuovere l’adozione delle agrobiotecnologie con finanziamenti dell’industria del settore. Ergo, l’oste che serve il vino.

7% è l’aumento nel mondo delle superfici coltivate a OGM dichiarato dall’ISAAA, quindi tanto negativo non sarebbe, a maggior ragione se si sono raggiunti i 134 milioni di ettari. Eppure l’avanzata trionfale segna il passo: 12% di crescita nel 2007, 9,4% nel 2008, 7% nel 2009. 25 paesi li coltivano, come lo scorso anno, ma in molti di questi i campi transgenici arretrano, Europa in primis. Ricorda così l’avanzata degli eserciti napoleonici o nazisti in Russia che dopo lo sfondamento delle linee e la iniziale marcia incontrastata cominciano ad ondeggiare incerti sul da farsi e in preda a uno sbandamento crescente. È entrato in azione il generale inverno del nostro scontento, tanto per mixare citazioni?

A tre lustri dalle prime semine commerciali di piante geneticamente modificate e ad almeno 25 anni di loro ricerca e sperimentazione, la frontiera transgenica segna infatti il passo: se quasi il 100% delle superfici OGM sono coperte dalle stesse quattro specie del debutto, se il numero di Paesi che le hanno adottate ristagna intorno a 25, se il continente americano ha consolidato il suo share intorno al 90% (89% nel 2009), se i ‘tratti’ continuano a rimanere confinati a tolleranza erbicidi e resistenza a taluni insetti, vuol dire che l’incedere arranca. Il dato geografico è quello che appare più impietoso: detto che l’89% degli OGM è coltivato nelle Americhe, il 95% della superficie mondiale è coperta da sei stati (USA, Brasile, Argentina, India, Canada e Cina), lasciando che altri 19 paesi ne investano un mero 5% e si rivelino utili più per la vendita dell’immagine che dei semi.

Anche l’espansione delle superfici va analizzata con attenzione: circa il 60% dell’incremento rispetto al 2008 è dato dalle coltivazioni di mais transgenico in Brasile, e un altro 10% circa dall’aumento del cotone Bt in India, dove però nel frattempo si registra la decisione di stoppare la commercializzazione della melanzana Bt. Brasile e India sono inoltre accomunati da un dato di particolare interesse per il sistema agroalimentare italiano: queste nazioni, che pur appaiono tra quelli che l’ISAAA definisce i megapaesi OGM, vantano le maggiori produzioni di soia non geneticamente modificata che interessano il mercato europeo. Nella stagione 2009 27 milioni di tonnellate di soia convenzionale sono state prodotte in Brasile e 10 milioni in India, di cui circa 10 milioni sono certificate e garantite come libere da OGM.

Diverse sono le taciute amarezze per i propagandisti ISAAA: la Cina arretra del 3% e il Paraguay addirittura del 19%, mentre l’Europa si dimostra sempre più recalcitrante: aumenta il numero di Paesi che invocano la clausola di salvaguardia e vietano le coltivazioni transgeniche (l’ultima la Germania che ha deciso di revocare l’autorizzazione alla semina, così come ha fatto l’anno precedente la Francia, due tra i principali paesi agricoli dell’Unione) e diminuiscono le superfici coltivate: per 4% in Spagna (il primo e principale paese comunitario ad averle adottate), ma anche del 31% nella Repubblica Ceca, del 57% in Romania e del 54% in Slovacchia, mentre restano invariate a soli 3.000 ettari in Polonia. Un arretramento complessivo del 12% nel vecchio continente.

Il rapporto ISAAA, che vanta di lavorare alla promozione delle agro biotecnologie, si concentra in realtà solo sulle piante geneticamente modificate e la manipolazione che interessa non è solo quella del genoma vegetale, ma anche delle statistiche e della comunicazione: lo dimostra l’elenco di ben 13 stati che vengono indicati come aventi un’area a OGM inferiore a 100.000 ettari: l’intera situazione europea rientra nella categoria, ma è bene notare che, Spagna esclusa, l’area occupata da OGM si aggira tra meno di mille e 6.000 ettari. Per la cronaca, anche mio figlio Leo ha meno di 100 anni e la maestra della sua scuola materna lo può certificare.

Ma la propaganda non si limita al numero di paesi su cui piazzare la bandierina OGM. Anzi, l’ultimo rapporto ISAAA, non potendo troppo celebrare i fasti dell’esistente, si dedica con profusione agli scenari auspicati e alla retorica abbondantemente utilizzata e due sono gli indirizzi perseguiti: innovazione negli obiettivi della manipolazione e offensiva sul riso. Nel primo caso, si fa uso di tutto il repertorio di ricerca pubblicata sulla letteratura scientifica come se quanto realizzato in laboratorio fosse trasferibile e trasferito tout court nell’ambiente e nei sistemi sociali ed economici; nel secondo, si cavalcano le aperture cinesi al riso Bt (l’estensione della tecnologia di resistenza agli insetti a una nuova coltura) e il vecchio cavallo di battaglia del riso dorato, in entrambi i casi annunciati per il 2012, posticipando analoghi annunci reiterati negli ultimi anni, ormai dieci nel caso del golden rice di cui si osannavano i poteri taumaturgici già dal 2000.

La futura faretra transgenica sembra dotata di numerose frecce e bersagli: aumento rese, riduzione pesticidi, mitigazione climatica, tolleranza siccità, benefici per poveri contadini, volano economia nazionale, cruciale per autosufficienza alimentare (e chissà che ne pensano i supporter della globalizzazione dei commerci che allignano tra i tifosi del transgenico), riduzione della povertà. E poi un repertorio di nuovi OGM per rispondere alle mutevoli caratteristiche ambientali e pedologiche oltre che per migliorare le opportunità nutrizionali. Un déjà vu.

Nel 1996, all’alba delle prime semine commerciali di OGM, l’ISAAA prefigurava un futuro in cui le cosiddette ‘generazioni biotech’ si succedevano a ritmo incalzante, tale da farci arrivare a oggi con un arsenale di semi modificati capace di garantire superiori composizioni nutrizionali e migliore qualità tecnologica per l’industria di trasformazione, piante generatrici di sostanze farmaceutiche e altri composti chimici ottenuti senza ricorso a sintesi di laboratorio. Ecco il colpo d’occhio che nel 1996 ci proiettava in un futuro ora divenuto odierno.


Fonte: James, C. and A.F. Krattiger. 1996. Global Review of the Field Testing and Commercialization of Transgenic Plants, 1986 to 1995: The First Decade of Crop Biotechnology. ISAAA Briefs No. 1. ISAAA: Ithaca, NY. pp. 31.

Di questi ‘nuovi prodotti’ non c’è traccia in commercio, se non per quelli che caratterizzavano, allora come oggi, la cosiddetta prima generazione caratterizzata da ‘tratti agronomici’.

Semi, tra l’altro, che non sono regalati agli agricoltori: il fatturato dell’industria biotech relativo ai semi transgenici è stimato dall’ISAAA in 10,5 miliardi di dollari con una crescita del 17% sull’anno precedente (malgrado un aumento delle superfici del solo 7%) e pari al 30% dei circa 34 miliardi di dollari del mercato sementiero mondiale. ISAAA ci ricorda che tale valore include oltre al prezzo di vendita del seme transgenico anche le royalty sulla tecnologia, cosa che aiuta a spiegare come si raggiunga il 30% del mercato vantando una superficie mondiale a OGM di solo il 9% della terra arabile e il 2,6% dell’area agricola del pianeta.

Il business transgenico è quindi di enormi proporzioni e la prospettiva di espanderlo ulteriormente è troppo allettante. Ma in quale direzione? La superficie utilizzata a soia, mais, cotone e colza negli stati che hanno adottato gli OGM è giunta quasi ovunque al suo limite (Brasile escluso) e il repertorio tecnologico dimostra di non saper andare veramente oltre la resistenza a insetti e a tolleranza a erbicidi.

Due sono allora i fronti di manovra: il primo, ostico, è volto a investire nuove commodities e il riso si dimostra il bersaglio ideale, visto che il frumento ha dimostrato tutta la sua ritrosia tecnica e simbolica alla manipolazione genetica, mentre i costi di commercializzazione di una varietà transgenica stimati in 100-200 milioni di dollari rendono difficile l’applicazione dell’ingegneria genetica a piante non remunerative sul mercato. Il secondo, non meno arduo, ma più politicamente malleabile, resta quello geografico. La gran parte delle agricoltura del pianeta è ancora oggi esente da OGM: un discorso che vale per gran parte dell’Europa, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. È quindi soprattutto in questa direzione che si concentreranno le spinte all’apertura di campi e filiere agli OGM, come ben dimostra il fuoco incrociato che si sta concentrando in questi ultimi mesi sull’Europa.

Per saperne di più

NEWS/AGRICOLTURA - OGM, in calo le coltivazioni Ue

NEWS - OGM nel mondo, crescita sotto il 10%

COMMENTI - Diffusione degli Ogm nel 2007 – Mission e Omission dell’ISAAA



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