27 luglio 2009 Qual è il confine tra informazione e propaganda? Quando si parla di Ogm è spesso difficile dirlo. Facciamo un esempio, anzi due. Alcuni mesi fa l’Associazione nazionale dei produttori di grano statunitensi (NAWG) ha promosso un sondaggio fra i propri membri per documentare agli investitori e alle industrie il gradimento degli agricoltori Usa per il grano transgenico. Risultato: tre quarti dei coltivatori sono favorevoli alla commercializzazione di frumento biotech. Nel comunicato stampa della NAWG si legge infatti che a rispondere affermativamente è stato il 76% degli intervistati. Peccato però che la percentuale non si riferisca alla totalità dei produttori ma ad una categoria selezionata in base ad alcuni criteri particolari, tra cui l'appartenenza agli stati affiliati all'associazione e l'estensione della proprietà (almeno 500 acri di grano e 1000 acri di produzione totale). In tutto 21mila contatti, di cui solo il 32% ha risposto al sondaggio. Riassumendo: la “maggioranza” pubblicizzata dalla NAWG corrisponde in realtà al 76% di un 32% di un campione selezionato che, a ben guardare, non ha risposto ad una indagine conoscitiva vera e propria, bensì ad una campagna di promozione delle biotecnologie, che nel “sondaggio” vengono presentate già a priori come uno strumento per aumentare la produttività e la sostenibilità. A questo punto può essere utile ricordare che l’Associazione annovera tra gli sponsors associati le maggiori multinazionali del biotech, tra cui Bayer, Syngenta e Monsanto.
Secondo caso. Recentemente intervistata da un settimanale italiano, la studiosa africana Florence Wambugu dichiara, tra le altre cose, che in Africa “le colture geneticamente modificate offrono un rapporto reciprocamente vantaggioso per le imprese e per gli agricoltori”, concludendo che “osservazioni e commenti da parte dei piccoli coltivatori del Sudafrica rivelano che sono entusiasti per la tecnologia Ogm”. Peccato che in una dichiarazione congiunta presentata al G8 agricolo dello scorso aprile, cinque reti africane di organizzazioni contadine, in rappresentanza di decine di milioni di produttori agricoli, abbiano chiesto all’unanimità di escludere gli organismi geneticamente modificati dai programmi di sviluppo del continente. “Lo sviluppo agricolo – si legge infatti nel documento - non sarà possibile (…) con tecnologie basate sull’utilizzazione di sostanze chimiche e di organismi geneticamente modificati”.
Negli ultimi anni le organizzazioni contadine africane si sono riunite in reti regionali per affrontare le sfide di sviluppo e di governance agricola. Da circa un anno stanno realizzando una piattaforma continentale con lo scopo di dialogare con l'Unione Africana e con il Programma Globale di Sviluppo Agricolo della Nuova Partnership per lo Sviluppo Africano (NEPAD/CAADP).
La dichiarazione di aprile, dal titolo “Le organizzazioni contadine dell’Africa si rivolgono al G8”, è stata sottoscritta dalla Rete delle Organizzazioni Contadine e dei Produttori Agricoli dell’Africa Occidentale (ROPPA), dalla Federazione delle Organizzazioni Contadine dell’Africa Orientale (EAFF), dalla Piattaforma Regionale delle Organizzazioni Contadine dell'Africa Centrale (PROPAC), dalla Confederazione dei Sindacati Agricoli dell’Africana del Sud (SACAU) e dall’Unione Magrebina di Agricoltori (UMAGRI). In tutto alcune decine di milioni di produttori. Ma non temete, per la stampa - se mai qualcuno si occuperà dell’argomento – si tratterà soltanto di una minoranza di contadini.
Per saperne di più:
Fdg/News: Usa, falsa maggioranza per il grano biotech
EAFF, PROPAC, ROPPA, SACAU, UMAGRI, Le organizzazioni contadine dell’Africa si rivolgono al G8
Ogm, quando l'informazione diventa propaganda
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