18 febbraio 2008 Oooh ISAAA. Oooh ISAAA. Che fatica leggere il rapporto dell?ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) o l?annesso comunicato stampa cercando di evitare di rimanere impigliati nella sua ragnatela retorica: vedove che ritrovano il sorriso grazie agli OGM, bambini che finalmente possono andare a scuola, ?benefici umanitari? che non tarderanno ad alleviare la povertà, contributi strategici delle colture transgeniche al perseguimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Nelle 12 pagine di sommario del rapporto, infatti, si trovano numeri (non tanti, ma presentati in tutte le loro svariate combinazioni), paesi (le ?meganazioni?, che secondo il neologismo ISAAA identificano i 13 paesi con più di 50.000 ettari a OGM, ma anche quelle con alcune centinaia di ettari e quelle che forse un domani saranno anche loro transgeniche), nomi (non delle multinazionali del seme biotech, ma dei poveri contadini cui è cambiata la vita da quando li seminano) e tante promesse (come quelle di aumentare le produzioni e lenire il problema della fame, di contribuire allo sviluppo sostenibile o di mitigare il cambio climatico) alcune già materializzate, altre dietro l?angolo.
L?ISAAA, a distanza di 12 anni dall?introduzione degli OGM in commercio, resta la sola organizzazione a fornire dati e statistiche sulla loro adozione su scala mondiale, citata pertanto in tutti i documenti, inclusi quelli degli organismi internazionali e governativi, senza che si riportino dubbi sull?autonomia della fonte che notoriamente risponde, come indicato nello stesso sito web dell?organizzazione, alle principali aziende biotecnologiche. Questo la autorizza, evidentemente, a suonare la musica che sa meglio ballare.
Quest?anno il rapporto annuale esce con un insolito ritardo di un paio di mesi e illustra un?espansione del 12% delle superfici, a conferma di una progressione geometrica che rappresenta il trend storico di adozione di questa tecnologia. Una tecnologia che a fronte della enfatizzata rivoluzione biotecnologia, resta costantemente circoscritta a 4 colture (soia, mais, cotone e colza) e a due tratti genetici (tolleranza erbicidi e resistenza a insetti, con un aumento della combinazione di più tratti nella stessa pianta). Aumentano le superfici, ma l?offerta transgenica dimostra di restare al palo se intesa in termini di innovazione.
Aumentano, si legge nel rapporto, anche i coltivatori e soprattutto la platea di piccoli contadini nei paesi in via di sviluppo, ma nel rapporto si celano i diversi casi di insuccesso che proprio nei PVS vengono denunciati, come il fallimento colturale e/o economico del cotone Bt in India o la delusione destata nei coltivatori sudafricani di mais bianco.
E, in effetti, del rapporto appaiono più evidenti le omissioni che i dati menzionati, soprattutto se si guarda alla ?narrazione? che di questi dati viene offerta.
Nonostante la dimostrata abilità nel fornire plurime letture statistiche dei dati offerti, il documento non riporta la sperequazione in termini di superfici fra le grandi aziende del nord (e del sud) del mondo che coltivano OGM e i piccoli appezzamenti indiani o cinesi, così come la prosopopea sulle ?testimonianze? delle e dei contadini nei paesi in via di sviluppo (citate/i per nome e cognome) non sono accompagnate da analoghi reportage dai quartier generali delle aziende biotecnologiche (che nel rapporto restano innominate e invisibili): sarebbe infatti interessante sentire loro commenti sui menzionati Obiettivi di Sviluppo del Millennio a latere dell?analisi sui 6,9 miliardi di dollari di valore delle sementi transgeniche (su 34 miliardi di valore della vendita di sementi) o sui 42,2 miliardi del fatturato complessivo dei pesticidi, magari comparando questi valori con i 765 milioni di dollari per il biennio 2006/?07 del budget della FAO.
E nulla si racconta della dinamica brevettuale, delle royalty che devono essere pagate sul seme e di come gli agricoltori nordamericani vengano perseguiti giudiziariamente per l?uso della semente non conforme al diritto brevettale, in alcuni casi non legato a uso fraudolento.
Altrettanto difficile trovare traccia del dato disaggregato europeo: Spagna esclusa, troviamo un elenco di paesi espressi in termini di superfici inferiori a 0.05 milioni di ettari, quando GMO Compass (un discusso progetto europeo finanziato dall?UE) riporta 5000 ettari nella Repubblica Ceca, 4500 in Portogallo, 2685 in Germania, 900 in Slovacchia, per un totale che, con i 75mila della Spagna e i 21mila della Francia, supera di poco i 100.000 ettari in tutto il continente europeo. Una superficie che resta, tuttavia, inferiore al mero territorio del Comune di Roma (pari a ca. 129.000 ettari). Si aggiunga che la Francia, che figura al secondo posto in Europa, dall?anno in corso cesserà le coltivazioni transgeniche e che la Polonia, new entry secondo il rapporto ISAAA, vede il governo centrale e quelli regionali adottare determinate politiche non-GM.
Menzionare ben 23 paesi nella lista dei coltivatori di OGM punta a impressionare, soprattutto se en passant si ricorda che ospitano circa la metà della popolazione mondiale, ma la massa critica delle coltivazioni transgeniche è ben circoscritta se solo 8 paesi equivalgono al 99% delle superfici e 5 al 92%.
Sfugge anche alle 12 pagine del sommario del rapporto di indicare che la gran parte delle coltivazioni OGM sono destinate ad alimentare il bestiame (soprattutto nei paesi industrializzati), mentre nel documento viene rivendicato che quasi il 10% dei raccolti transgenici vengono pompati nei serbatoi delle auto: ne deriva che il contributo ?umanitario? degli OGM a sfamare il pianeta sia tutto da identificare, tanto più se tali destinazioni extra-alimentari contribuiscono largamente all?aumento dei costi della materie prime e alla lievitazione della bolletta alimentare. Si aggiunga che non una sola pianta transgenica in commercio migliora la nutrizione o resiste a salinità o siccità, nonostante vengano annunciate da anni (e nello stesso rapporto di quest?anno: vedi alla voce promesse).
Oltre ai benefici umanitari vengono decantati quelli ambientali, in particolare la riduzione dei pesticidi: eppure 4 piante su 5 tollerano l?applicazione di erbicidi (quasi sempre il glifosato della Monsanto chiamato Roundup) i cui consumi sono cresciuti significativamente negli USA secondo dati ufficiali degli uffici federali. Ne è conseguita l?apparizione di forme di resistenza a tale principio attivo da parte di diverse specie di erbe infestanti e il necessario utilizzo di altri ?e spesso più nocivi- erbicidi. Fenomeni di resistenza che vengono attualmente riportati anche per gli insetti in seguito della diffusione di colture Bt, come recentemente riportato da Nature Biotechnology. Ma questo era troppo recente per menzionarlo?
Diffusione degli OGM nel 2007 - Mission e Omission dell?ISAAA
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